Maroni non è Pisanu né Scelba. Ecco perché può ben gestire l’ordine

In tempi di conflitto sociale si guarda sempre con apprensione al contegno del ministero dell’Interno, un’enclave umbratile che in passato ha esibito singolari capacità di rendersi autonoma perfino dalle consegne della presidenza del Consiglio. Leggi I baroni rampanti
24 OTT 08
Ultimo aggiornamento: 06:07 | 18 AGO 20
Immagine di Maroni non è Pisanu né Scelba. Ecco perché può ben gestire l’ordine
In tempi di conflitto sociale si guarda sempre con apprensione al contegno del ministero dell’Interno, un’enclave umbratile che in passato ha esibito singolari capacità di rendersi autonoma perfino dalle consegne della presidenza del Consiglio. Così accade anche quando l’attrito di piazza non nasce da questioni economiche, come nel caso delle rivolte studentesche e professorali di questi giorni. La linea di frattura tra il governo e l’opposizione parlamentare non preoccupa particolarmente, mentre sta assumendo una brutta coloritura la gestione mediatica delle tensioni tra Palazzo Chigi e l’onda anomala di contestazione.
Nel maneggiare le parole forti il Cav. è pirotecnico per vocazione almeno quanto il ministro Gelmini si sta rivelando inadeguata nella promozione del proprio messaggio. Ma in fondo né l’uno – quando minaccia di militarizzare le scuole occupate – né l’altra – quando straparla di “terrorismo” – hanno davvero voglia di compromettere la situazione. Dopotutto Berlusconi è, sì, il decisionista che dà l’impressione di voler affrontare l’emergenza scolastica come se fosse quella della spazzatura napoletana (un errore blu che lo fa volare nei sondaggi), ma ha già smentito d’aver evocato lo sgombero delle scuole manu militari. Nondimeno resta decisivo che al Viminale prevalga la recente linea di nitore collaborativo. Roberto Maroni non è Giuseppe Pisanu e, pur essendo un ministro tosto, non assomiglia nemmeno a Claudio Scajola o al suo archetipo novecentesco, Mario Scelba.
In poche parole il ministro della Lega non è un democristiano, sia questo lento ed efficace soltanto nella dimensione del chiaroscuro (Pisanu) oppure catafratto e repressivo alla luce e nell’ombra (Scelba). In un certo senso il premier chiede un grande sacrificio a Maroni, quando associa il suo nome – “lo convocherò” – alla promessa della mano dura a protezione della questione Gelmini. E infatti il titolare dell’Interno non l’ha presa benissimo, ma si è messo a disposizione. Alle sue spalle ha un’esperienza e uno stile diversi da quelli dei predecessori appena descritti, e da quelli della borghesia generalista tutta ordine e lavoro impersonata dal Cav. e Gelmini. Maroni proviene da una cultura di sinistra, gruppettara perfino, avendo vissuto gli anni dell’ultima grande rivolta (’77-’78) da una posizione al confine con l’extraparlamentarismo (Democrazia proletaria). La sopraggiunta cultura autonomista e di governo non gli impedisce di distinguere una protesta legittima e prepolitica dalla sua strumentalizzazione partitica, se non peggio. Il che rappresenta un punto di vantaggio per una decrittazione adeguata della circostanza.
Detto questo il ministro Maroni è un uomo delle istituzioni, già provato al Viminale nella breve stagione del primo governo Berlusconi (1994-’95, con il questurino Maurizio Gasparri di An come viceministro). Inoltre la base elettorale del suo partito s’identifica quasi completamente nelle parole d’ordine legalitarie e i giovani leghisti hanno già incontrato Gelmini per farsi spiegare i suoi progetti, senza fare obiezioni di sostanza. Sicché è comprensibile che Maroni voglia calibrare la propria iniziativa sul fronte della “fermezza e determinazione” – e garantire per la libertà di studio a coloro che non intendono aggiungersi ai manifestanti. Tuttavia, come nel dossier sulla sicurezza, altro lato difficile nella cultura di governo berlusconiana e che comprende la prevenzione della criminalità e la gestione dei flussi migratori, Maroni mantiene a bassa quota la politica degli annunci e invita alla serenità. Lo fa in omaggio al principio delle poche parole e mai smentibili dai fatti caratteristico del Viminale.
Perché Maroni non è neppure il Cav. Non ha l’attitudine personale del fantasista sempre vincitore anche quando ripiega, e in ogni caso il suo ruolo non glielo consente. Ma all’atto pratico cosa può succedere? La manifestazione del Pd, domani, se allestita in obbedienza all’iniziativa pacificatrice di Giorgio Napolitano, può istituzionalizzare la protesta e indebolirne il potenziale più contundente. La dialettica fra gli studenti intenzionati a studiare e quelli ideologizzati farà il resto, a patto che il ministro dell’Istruzione tenga fede all’impegno di ascoltare le ragioni della controparte. Quanto al Viminale perciò, di là dai presidi indispensabili e dall’intervento chirurgico nei casi in cui la protesta limiti le libertà altrui, non sarà un lavoraccio. Basterà derubricare i consigli di Francesco Cossiga – “infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine” – come le provocazioni derisorie di un predecessore all’epoca troppo erudito su certe pratiche (guai a dimenticare Giorgiana Masi) per voler essere serio oggi.